mercoledì 15 novembre 2017

Giovanna Chiarello - La vita è un caleidoscopio


LA VITA È UN CALEIDOSCOPIO

Un fatto del 2013, un ricordo di quarant'anni prima, una riflessione - inutili, manco a dirlo

La vita è un caleidoscopio.
Qualcuno deve averlo detto prima e più autorevolmente di me, ne sono sicuro, ma non riesco a ricordare chi sia stato. E forse l’ha detto con senso diverso dal mio. Non lo so.

                             

Mi sono svegliato, stamattina, con questo rovello del caleidoscopio della vita; o meglio del vivere, della realtà, del farsi e del disfarsi nell’attimo stesso in cui si fa; del combinarsi di un’infinita varietà di pezzettini che si compongono, si scompongono, si ricompongono in maniera nuova e diversa, inaspettatamente, con lo stupore di chi guarda dentro all’apparecchio e con l’indifferenza di chi ha l’occhio altrove e fuori dall’oculare; con l’indifferenza del pezzettino stesso che non ha coscienza di se, della sua forma, del suo colore e non sa quello che sta facendo; che, senza che ce ne sia una ragione o senza che questa ragione, se c’è, si conosca, si sta allontanando da altri pezzettini per avvicinarsi ad altri; che ha scomposto un’immagine nei suoi componenti essenziali per non essere più immagine, quell’immagine, ma a formarne un’altra, nuova e diversa, che finirà di lì a poco. Effimera, come effimere sono tutte le cose della vita e come effimera è la vita stessa.
 
E chi lo sa.
Le immagini del caleidoscopio si compongono, si scompongono, si ricompongono, si formano, nascono, muoiono per poi rinascere in un numero finito, che, appunto, per quanto grande è tuttavia finito.
Sono certo che un matematico, e neanche tanto esperto, se sa quanti sono i pezzettini colorati e sa di quanti e quali colori essi sono potrà calcolare il numero d’immagini possibili. E per di più, chi manovra il comando del caleidoscopio potrà fermare un’immagine a suo piacimento e per il tempo che vorrà, e pure per sempre. 
E così è la vita? Così è la realtà. No. Non è così, ci somiglia, la vita, al caleidoscopio, ma non è un caleidoscopio.
Forse non c’è il manovratore; io credo che ci sia, e se c’è, non muove la ghiera a caso perché a caso si combinino i colori e si creino le forme, ma sa bene come combinare i pezzettini che poi siamo noi, le cose entro le quali ci muoviamo, le scene, i protagonisti, i comprimari, le comparse, i contorni, gli fondi e i sottofondi, in un piano che certamente non è capriccio e che pure può apparirci come un capriccio solo perché non conosciamo il piano e, di più, non possiamo neanche conoscerlo.
E i pezzettini della vita, quelli veri e non quelli del caleidoscopio, sono infiniti e in continuo movimento senza che si possano mai fermare in un incredibile infinito crearsi, dissolversi e ricrearsi d’immagini sempre nuove, qualche volta simili e tuttavia sempre diverse.
Che non si possono mai fermare, come sono in un continuo farsi e rifarsi.

Ero ieri a Sciacca, per un festival di letteratura e cinema; entravo in una sala dove si sarebbe presentato un romanzo, insieme a Caterina e all’autrice del romanzo, mentre altre persone ne uscivano dopo aver partecipato alla presentazione di qualcos’altro.
Ovviamente ero fuori dal mio ambiente, in un ambiente che mi è del tutto estraneo e col quale ho avuto, in tutta una vita, contatti rari, episodici e in buona misura pure casuali. Estraneo. Altro, rispetto a tutte quelle persone e in quelle cose.
Eppure, vicino al palco, ho riconosciuto l’avvocato Veneroso, Primo Veneroso, che per ragioni professionali avevo incontrato qualche volta, più d’una per la verità, al Tribunale di Sciacca e col quale, in quelle occasioni, mi ero intrattenuto piacevolmente a discorrere nelle pause fra una causa e l’altra e nell’attesa che chiamassero le rispettive nostre.
M’è parso di averlo ritrovato come l’avevo lasciato l’ultima volta, alto, interessante, in una giacca tipo marina, blu coi bottoni dorati; doppio petto? Non mi ricordo più; forse doppio petto, ma tipicamente d’uomo di mare. Mi ha guardato come si guarda una persona che si sa di conosce e non si capisce chi sia. Mi sono presentato e si è ricordato anche lui di me.
E non è bastato Primo Veneroso, che, spostato lo sguardo, ho scorto Franco Lo Bue che velocemente si avviava verso l’uscita cercando d’attirare l’attenzione di qualcuno. L’avevo conosciuto appena, più di quarant’anni fa, e solo perché era il fidanzato d’una mia amica e collega d’università, Giovanna Chiarello; anche lui uguale a quando l’avevo visto l’ultima volta, in una delle pochissime che l’avevo incontrato, più di quarant’anni fa, appunto; solo un po’ meno robusto di come me lo ricordavo; o forse invece ero io che ero, allora, quarant’anni fa, meno robusto, e molto pure, e nel confronto fra quello che ora siamo e quello che eravamo la mia mente me lo rappresenta più magro.
Nell’attimo che ci incrociammo, che io entravo e lui usciva, rivolto a lui, mi è scappato di bocca un inatteso “Franco!”, che lui, quasi immediatamente, dopo solo un momento d’esitazione, ma solo un momento, un attimo, fece: “Vicé!”… “Sì, sono io! Dov’è tua moglie?”
E m’è venuto da morire: “tua moglie”, sul presupposto, solo immaginato, che si fosse sposato e con Giovanna e che non avesse divorziato; in quarant’anni quante cose succedono o possono succedere, quanti amori muoiono e nascono in quella specie di caleidoscopio ingovernabile e imprevedibile del quale dicevo prima; “Non so mai tacere quando si deve” pensai, e mentre lo pensavo, lui disse, con semplicità e nell’andarsene via “È lì, guarda dove”, indicò col dito proprio dietro di me, e mi lasciò con Giovanna.
In un quadro di immutati, Primo Veneroso nel suo vestito di marina, da velista senza barca o forse lontano dalla sua barca –non so se ne ha o ne ha mai avuta una- e Franco Lo Bue con un paio d’occhiali che mi sono parsi quelli che aveva sul naso quarant’anni fa –e chissà se li portava, gli occhiali, quarant’anni fa- Giovanna mi è parsa più bella di come la ricordavo, con lo stesso sguardo aperto e sorridente. Gioviale, amichevole. Simpatica.
Mi ha sorriso, le ho sorriso. Ci siamo abbracciati, com’è d’obbligo e di piacere nel rivedersi dopo quarant’anni.
Cinque minuti in tutto siamo stati insieme e ho avuto l’impressione che ci fossimo detti il miliardo e milioni di cose che ciascuno di noi aveva fatto in quei quarant’anni. In una vita intera.
“Il finto distratto”, mi ha detto, quasi a completare un discorso che avevamo lasciato in asso quella vita prima; alludeva a Franco, o così ho capito io, che è lo stesso.
“Chi? Io ho detto ‘finto distratto’?” e alludevo –questo lo so per certo- a Franco; “E quando l’ho detto? E perché l’ho detto?”
E Giovanna: “Sì, sì… tu… e ci ho riflettuto molto, sai?”
Non mi ricordo d’averlo detto ed è sicuro che l’ho detto. Ci ho pensato e ripensato e penso di sapere perché l’ho detto.
Le ho presentato Caterina, ci siamo riabbracciati, lei è uscita e io ho preso posto che stava per cominciare la presentazione del romanzo di Elvira.

Nessun commento:

Posta un commento

Umanità Nova, 23 settembre 2018